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Dalla memoria ai social media, il valore di una storia nella Storia

di Alessia Clusini

Ho cominciato a lavorare per la Fondazione Archivio Diaristico Nazionale diversi anni fa, in modo naturale, senza chiedermi perché. I legami famigliari e la vicinanza a casa hanno dato il via ad un rapporto che ha avuto sempre più senso, col passare del tempo e il susseguirsi di scelte lavorative e di vita.

Non avrei mai immaginato, allora, che quello che chiamiamo scherzando il “mal d’Archivio”, il valore universale della memoria, che lega indissolubilmente l’Archivio ai suoi visitatori, avrebbe avuto tanto effetto anche su di me, che ho scelto di lavorare in innovazione e di andare a vivere altrove, fuori dalla provincia.

Poi nel tempo, l’innovazione è andata avanti, e l’altrove sono diventati tanti altrove: la mia crescita personale, l’esperienza, ma anche l’innovazione tecnologica mi hanno convinto che non è più necessario vivere a Londra, Sydney o New York per innovare. D’altro canto il continuo consumo di informazioni, il multitasking e il confronto costante con culture diverse, hanno generato un nuovo bisogno: quello di ricordare, di “salvare” e dare un senso a questa grande quantità di contenuti di cui sono veicolo per lavoro.

Questa è la mia storia, una goccia nell’oceano delle tante storie che, come avrebbe detto il fondatore dell’archivio Saverio Tutino, fanno la Storia. I processi di innovazione su grande scala, l’avvento del digitale, il cambio del paradigma sociale ed economico, la rivoluzione avvenuta nella comunicazione, hanno reso realtà come l’Archivio centrali e notiziabili su scala internazionale.

Qual è il nesso che lega un archivio dei diari e delle memorie, con oltre 7000 storie che raccontano la grande Storia, al digitale e ai social media? Le storie, appunto.

Facebook è il paese più grande del mondo, avendo superato quest’anno, per utenti attivi, la popolazione della Cina. Una macchina non perfetta, ma inarrestabile, che si regge ed ha ragione di esistere solo ed esclusivamente perché più di un miliardo di persone caricano nel suo database le proprie storie. Con il bisogno di condividerle, ancora prima di viverle, come succede nell’app Periscope, che sembra aver portato i media, tutti, direttamente nel broadcasting. “Condivido quindi sono” dicono in coro le migliaia di voci che chiamiamo Big Data ed analizziamo a fini economici, sociali, politici. Hanno opinioni su tutto, e voce in capitolo per molte realtà che ne hanno percepito il potenziale. Si organizzano, spontaneamente, in web-tribes che sempre più spesso hanno un peso sulla società, quella offline, come nel caso degli Occupy, dei flash mob online e delle operazioni di crowdfunding o crowdsourcing. Pochi giorni fa, in 8 giorni, un ragazzo inglese di 29 anni ha raccolto quasi due milioni di euro per “salvare la Grecia”. Che cosa sarebbe successo se l’operazione #GreekBailoutFund fosse stata estesa a 6 mesi? Non so se ripagare il debito greco possa “salvare la Grecia”, ma il fatto che degli illustri sconosciuti, una comunità variegata di persone da tutto il mondo, di età ed estrazione sociale differente, possano avere un valore politico e sociale, se uniti da una causa comune ed una piattaforma web, è un dato storico. La mia generazione non ha avuto gli anni ’70: da quando votiamo, non abbiamo mai sentito questa voce in capitolo in questioni politiche, a livello locale, nazionale e, figuriamoci, internazionale. Cullati da un benessere fatto di produzione e di pubblicità anni ’80, pensavamo che durasse per sempre.

La Storia è cambiata perché adesso contano le storie. Lo sapeva Saverio, un vero visionario, un precursore del tanto notiziabile storytelling, e lo sanno le persone di cui lui, saggiamente, si è circondato per continuare nella sua missione di dare valore a tutte le storie. A loro volta, loro ne hanno incluse di altre, e così via: il “mal d’Archivio” è diventato un network fisico e virtuale, nazionale e internazionale. L’anno scorso, abbiamo digitalizzato gran parte dei contenuti con il progetto Impronte Digitali (Fondazione Telecom), abbiamo creato un processo di fruizione online della memoria con il progetto Grande Guerra (Gruppo L’Espresso), siamo stati i primi in Italia a fare un live-tweeting in italiano e in inglese per un festival culturale. Abbiamo portato un piccolo paese toscano, Pieve Santo Stefano, sul New York Times. In tutto, ci siamo sempre interrogati su quale fosse il modo migliore di raccontare queste storie, nel rispetto della storie stesse, senza mai scalfirne il valore. Le domande che ci facciamo da sempre sui contenuti – come conservarli e come diffonderli – sono le domande che si fanno tutti gli attori principali, nazionali e internazionali, del marketing e della comunicazione. I motori di ricerca e gli algoritmi dei social networks sono focalizzati sempre di più sulla qualità dei contenuti, sull’originalità e sull’engagement generato dalle storie. Ho imparato, portando visitatori nel Piccolo Museo del Diario, (ad opera dello Studio di Interaction Design Dot Dot Dot), che il valore delle storie contenute è universale ed ha il potere di emozionare tutti. Perché dire 15-18 non è come raccontare le centinaia di storie dei soldati che hanno vissuto la Grande Guerra, che rappresentano l’ecosistema dietro i numeri, con cui ci identifichiamo. Il processo cognitivo che avviene nell’audience, che questa sia fisica o virtuale, non cambia: è un processo di identificazione nella storia, che fa sentire l’audience protagonista. Nell’era dei selfie e delle lattine con il nostro nome sopra, siamo avidi di storie che ci raccontino, contenuti che abbiano un valore per noi.

Concludendo, e rispondendo alla domanda qual è il rapporto fra storia, memoria e social media? direi che la Storia sta alle memorie come la società sta ai social media, che rappresentano, danno una faccia (e tante piccole storie, voci) alla società. Se non ci fossero i social media, forse penseremmo che la nostra, personale, storia non ha valore. Se non ci fosse un archivio dei diari in un piccolo paese in Valtiberina toscana, per la maggior parte di noi la guerra sarebbero numeri: date, caduti, città conquistate, città perse, chilometri di confine… Valori oggettivi e non soggettivi che non raccontano la guerra, contenuti che ci dimentichiamo perché non ci toccano, non ci riguardano, non parlano di noi.

Coloro che non hanno radici, e sono cosmopoliti, si avviano alla morte della passione e dell’umano: per non essere provinciali occorre possedere un villaggio vivente nella memoria, a cui l’immagine e il cuore tornano sempre di nuovo, e che l’opera di scienza o di poesia riplasma in voce universale”.

Ernesto De Martino

Foto: Samuel Webster




Category
Scritti per SML
Tags
Alessia Clusini, Pieve Santo Stefano
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